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Una riflessione sulla situazione attuale ispirata dalle pagine di un famoso autore di romanzi di fantascienza, Isaac Asimov

 

In questi giorni, che molti di noi trascorrono in isolamento forzato oppure con una serie di limitazioni alla propria libertà di movimento, può essere interessante rileggere alcuni classici della fantascienza. Molti di essi ci propongono scenari imprevisti e paradossali, che però a volte anticipano situazioni in cui capita di ritrovarsi.

Un po’ come sta succedendo di recente con l’emergenza per la diffusione del virus, che ha modificato rapidamente le nostre abitudini, ha stravolto routines che normalmente consideriamo immutabili e ci ha mostrato un orizzonte nuovo e inquietante.
Per questo motivo vorrei consigliare la lettura di una narrazione fantascientifica in cui viene trattato appunto il tema dell’isolamento. Per farlo però, non voglio ricorrere a certe storie distopiche e pessimiste che possono subito saltare alla mente, come Io sono leggenda di Richard Matheson o le numerose trasposizioni letterarie e cinematografiche del genere di sopravvivenza/horror come Walking Dead.
Mi riferisco invece alla fantascienza “positivista” di Isaac Asimov, prendendo in esame i primi due romanzi del cosiddetto “Ciclo degli Spaziali” (a sua volta compreso nel più vasto “Ciclo dei Robot”) : Abissi d’acciaio e Il sole nudo, pubblicati a metà degli anni ‘50 del ventesimo secolo.
Asimov non ha bisogno di lunghe presentazioni. Di origine ebraica e nato in Russia nel 1920, e in seguito naturalizzato americano, è stato un biochimico e un divulgatore scientifico, oltre che uno scrittore di successo. Universalmente noto per le sue storie di robot – sua l’invenzione delle celebri Tre Leggi della Robotica – è considerato uno dei più grandi scrittori di fantascienza di sempre. Convinto sostenitore della “hard science fiction”, ovvero della necessità di proporre storie di fantascienza basate sulla plausibilità scientifica, ha creato un immaginario tuttora vitale ed interessante, anche se certa critica contemporanea a volte lo ha giudicato superato rispetto a movimenti successivi come il cyberpunk.
Tornando al “Ciclo degli Spaziali”, esso è costituito da quattro romanzi collegati tra loro che vedono come protagonisti un’insolita coppia di investigatori: il terrestre Elijah Baley, poliziotto newyorkese, e l’androide R. Daneel Olivaw (la R sta per Robot), emissario del governo degli Spaziali, colonizzatori umani di mondi extraterrestri. Il soggetto di ognuna di queste storie è l’indagine su un delitto ma, come capita spesso, la forma narrativa del giallo costituisce il pretesto per introdurre una prospettiva più vasta.
Qui non tratterò dell’elemento più celebre della letteratura di Asimov, ovvero l’avvento dei robot auto-coscienti e del rapporto problematico che gli esseri umani hanno con loro. Voglio invece soffermarmi sulla rappresentazione di due differenti modelli di società che ci viene presentato in questi libri.
L’azione è ambientata millenni nel futuro, in un’epoca in cui la razza umana attraversa grandi tensioni. Grazie alle conquiste scientifiche è stato possibile creare robot intelligenti ed esplorare e colonizzare decine di mondi alieni. Però, dopo alcune generazioni, i coloni (gli Spaziali) hanno dichiarato l’indipendenza dalla Terra, forti del loro primato economico e tecnologico-militare. I Terrestri hanno quindi sviluppato un’avversione per l’esplorazione spaziale e i loro ex-compatrioti e si sono concentrati sullo sfruttamento del proprio pianeta. La popolazione è aumentata superando il livello di guardia e questo ha reso necessario razionalizzare il più possibile la gestione delle risorse. L’umanità ha perciò costruito gigantesche, claustrofobiche Città-formicaio, chiuse e protette da immense volte metalliche (gli “Abissi d’acciaio” appunto, che danno il titolo al primo libro) in cui si concentra tutta la popolazione ed attività produttive e servizi possono essere mantenuti in modo efficiente. Al di fuori di esse, solo territori spopolati, divisi tra immense coltivazioni e siti minerari gestiti da macchine che lavorano incessantemente per procurare le materie prime.
Questo stile di vita non viene vissuto dai Terrestri in termini particolarmente negativi perché, salvo rare eccezioni, vi si sono assuefatti tanto da aver sviluppato un’istintiva agorafobia e l’irritazione per le condizioni ambientali naturali, non regolate da sistemi automatici. Ma il sistema, benché ancora stabile, mostra segni di cedimento che alcuni, tra cui il protagonista Baley, cominciano a intravedere. La catena d’approvvigionamento delle risorse sta diventando sempre più complessa e difficoltosa, tanto che un piccolo inceppamento nel meccanismo può creare un disastro globale dalle conseguenze irreparabili.
L’opinione dominante, condivisa dalle elites terrestri, è però quella di continuare ad applicare ottusamente lo stesso modello. L’ipotesi suggerita è quella di sfruttare i pianeti e i satelliti del sistema solare, moltiplicando però il rischio di un crollo del sistema:

Un pianeta dipendente in tutto, perfino nell’aria che respirava e l’acqua che beveva. E l’energia doveva essergli fornita da accumulatori lontani ottanta milioni di chilometri. Che fantastica instabilità, per un mondo del genere! La Terra era, e sarebbe rimasta a un soffio dalla catastrofe completa; una catastrofe che poteva essere scatenata dal più piccolo guasto nell’immenso meccanismo grande come il sistema solare.

Lo stile di vita degli Spaziali invece è l’esatto opposto di quello dei terrestri e in apparenza sembra la realizzazione di un’utopia. Essi infatti sono una società composta interamente da ricchi privilegiati, grazie al benessere garantito dalla loro scienza superiore. Abitano su pianeti curati come giardini – godendo dei frutti del lavoro di eserciti di robot che si occupano di ogni tipo di mansione – dove la densità della popolazione è molto bassa, perché vige un rigido sistema di controllo delle nascite che nelle intenzioni serve a garantire la conservazione di un tenore di vita così elevato. In alcuni di questi mondi – come Solaria, dove è ambientato il secondo romanzo “Il sole nudo” – si contano solo poche migliaia di abitanti che vivono in dorata reclusione all’interno di immense proprietà. Questa situazione ha portato i Solariani a diventare patologicamente insofferenti alla presenza fisica di altri esseri umani, che cercano di incontrare il meno possibile e solo per attività inderogabili (come quelle riproduttive, che come si può immaginare sono vissute con grande disagio). Per la stessa ragione, essi hanno parallelamente sviluppato l’abitudine alle relazioni virtuali, che intrattengono grazie a comunicazioni video-olografiche.
Nei fatti, questo sistema ha un problema fondamentale, anche se meno evidente: la stagnazione. Gli Spaziali sono così soddisfatti dalle mete raggiunte da essersi ormai ripiegati nella cura dello status quo e delle loro placide esistenze. Perdendo così lo slancio vitale che in passato li aveva spinti alla conquista del cosmo.
La contrapposizione tra questi due tipi di società e la diffidenza reciproca che le separa è il punto di fondo di queste storie. Asimov è abilissimo a descriverci in modo semplice ed efficace tutti i complessi temi sociali, economici ed ecologici sottesi alla rappresentazione di questi mondi. Com’è prerogativa dei grandi autori di fantascienza, è capace di anticipare molti problemi e idiosincrasie che ritroviamo nella nostra quotidianità, come ad esempio la questione della sostenibilità dei nostri sistemi economico-produttivi, che in caso di crisi improvvise (un epidemia?) rispondono con maggiore difficoltà tanto più grandi sono le loro dimensioni e il loro livello di complessità. Oppure l’uso intenso delle tecnologie legate a internet e ai suoi mezzi di comunicazione, che ci fanno somigliare sempre di più ai Solariani (specie in questi giorni, con il timore del contagio legato al contatto fisico).
Nella narrazione l’isolamento ha un ruolo cruciale, che assume valenze di carattere culturale e definisce il senso di appartenenza degli attori coinvolti. Gli Spaziali cercano di isolarsi dai Terrestri, perché visti come barbari e portatori di antiche malattie che la loro scienza ha bandito e verso le quali non hanno più difese immunitarie. E in certi casi, come abbiamo visto, si isolano anche tra di loro.
I Terrestri vivono in Città sovrappopolate ma di fatto, perseguendo un’idea involutiva di separazione e autarchia, si sono sia auto-isolati dall’ecosistema del loro pianeta, che sfruttano senza più viverci, sia dal cosmo che hanno rinunciato ad esplorare dopo lo smacco subito dagli Spaziali.
In sintesi la pratica dell’isolamento, declinata in forme diverse da tutte le civiltà in gioco ma da tutte in fondo rivendicata come un tratto imprescindibile della propria cultura, è sintomo di decadenza e annuncio della crisi finale.
Asimov però si fa interprete di una visione positiva del futuro ed esprime una grande fiducia nelle capacità umane e nella potenzialità della scienza, se utilizzata correttamente. Quello che sembra un esito ineluttabile sarà modificato dalle azioni dei protagonisti della storia, che superando differenze e pregiudizi riusciranno a cambiare gli schemi e a imprimere una svolta al destino della razza umana.
Una svolta che ovviamente non rivelo, perché spero di aver suscitato un po’ di curiosità in chi non ha ancora letto questo ciclo di romanzi.

E il desiderio di conoscere quale potrebbe essere il futuro dell’uomo, oltre gli abissi d’acciaio.