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Giovedi’ 18 maggio alle ore 20.00 presso la Biblioteca di Monteveglio Roberto Carboni presentera’ il suo ultimo libro “Dalla morte in poi: delirio e follia a Bologna”, noir edito da Fratelli Frilli editore.

Vi presentiamo una piccola intervista che ci faccia scoprire in anteprima qualcosa in piu’ del nostro ospite!

Un passato da tassista ed un presente da scrittore. Come e’ avvenuto il passaggio? Quando si e’ reso conto di voler dedicare la sua vita alla scrittura?

Probabilmente ci rendiamo conto di poco, in merito a quello che ci accade dentro. Intendo quello che accade sul serio, non le risposte arbitrarie che ci diamo. Intorno ai 38 anni mi sono reso conto che avevo speso la mia vita a leggere tre libri alla settimana, di tutti i generi possibili (romanzi, saggi… psicologia, fisica, scienze, biografie… praticamente tutto quello che mi capitava davanti), suonare il piano, studiare composizione, giocare a scacchi agonisticamente, dipingere… e tutte queste cose erano un bagaglio che però non serviva a nulla. Sapevo farle decentemente, mi davano qualche soddisfazione, ma niente di più. Era frustrante. Poi, casualmente, magicamente, ho scoperto che tutte quelle nozioni, tutto quel mio bisogno di introiettare, imparare, congetturare, trovava dentro la scrittura il suo luogo ideale. E ho scoperto che le mie storie erano nerissime e buie. E ho scoperto cose di me che non sapevo e che ancora sto scoprendo. E non mi sono più fermato. Guardarsi dentro per vedere meglio fuori.

Come e’ stato il suo ingresso nel mondo dell’editoria? Semplice o pieno di ostacoli? Qualche consiglio per aspiranti scrittori?

Dal mio punto di vista un assedio disastroso, andato a buon fine solo grazie all’incoscienza febbrile che mi domina. Non sapevo scrivere, non sapevo quello che stavo facendo. Avevo già la capacità di architettare storie dai risvolti impensabili, ma non sapevo amministrare le parole.

Scrissi C’era l’inferno in via de’ Giudei (il mio primo romanzo, edito con Giraldi) in poco più di un mese. Un romanzo che funziona nella storia ma che non sopporto, anche se viene tutt’ora letto e ristampato, con mio orrore.

Poi come è la mia natura, ho cominciato a studiare sul serio, e adesso sono finalmente soddisfatto delle mie pagine. L’interfaccia della scrittura, rappresenta con efficacia e precisione i miei pensieri. Ed è stato difficile arrivarci. Ho una personalità caotica e scrivo storie caotiche. La mia Voce di scrittore doveva contenere tutti gli isotopi radioattivi di questo contenuto pulsionale, nucleare e non stabilizzato, e allo stesso tempo essere chiarissima, leggera, profonda, trascinante e vitale.

Negli ultimi due anni ho ricevuto anche dall’esterno qualche conferma. Il Nettuno d’oro come artista bolognese dell’anno, il premio Comunicazione Radio Days della Fondazione Marconi (premio già stato di Enzo Biagi e Lilli Gruber), il premio Qualità città di Chiari e sono stato finalista a uno dei più importanti concorsi italiani di thriller, il Garfagnana in Giallo.

Probabilmente significa che sono sulla buona strada.

Consigli validi per tutti gli aspiranti scrittori, non esistono. Perché non ho mai conosciuto due scrittori che abbiano fatto il medesimo percorso. Posso dire: se credete nelle vostre pagine, dateci dentro. Leggete, studiate, imparate, guardatevi l’anima e mollate il freno a mano. Cercate di capire, nelle pagine che leggete e che vi piacciono, cosa vi piace. E in quelle che non vi piacciono, cosa non vi piace. Sembra facile ma non lo è affatto. Domandatevi: perché un lettore dovrebbe leggere proprio me? Perché dovrebbe spendere 12 euro per un mio romanzo, quando Dostoevskij sta a 4,99? E’ una domanda tremenda, da rispondersi, che ti fa mancare le ginocchia se sei onesto con te stesso!

Le sue storie ambientate a Bologna colpiscono nel segno e riempiono la citta’ che amiamo di personaggi oscuri e sinistri: per i protagonisti prende spunto da persone reali?

Nella mia testa esistono quasi solo i personaggi. Le storie sono derivazioni (deviazioni, degenerazioni…) umane. Il mio sguardo sul mondo è buio, lo deformo il meno possibile, a volte non ne ho nemmeno bisogno. Sono un portatore sano di angoscia. La tensione mi viene con normalità. Spesso sono il primo che si stupisce per quanto le persone si impauriscano o rimangano incollate alle mie pagine. E’ un fenomeno strano. Quando scrivi quello che hai dentro, il contenuto è troppo bollente per poter essere visto con la giusta obiettività. Spesso sono i lettori, in seguito all’uscita del romanzo, che mi fanno notare particolari che erano rimasti inconsci per me. E questo è un ulteriore processo di arricchimento.

C’e’ un personaggio o una storia alla quale si e’ legato maggiormente?

Oscar Torri, il protagonista del mio ultimo romanzo, Dalla morte in poi. Mi piace il suo percorso degenerativo. Inizialmente è un uomo medio, un nevrotico fobico, cronico, che scopre in realtà di essere un predatore dei propri simili. E che tutte le sue ansie servivano per trattenersi. E allora si lascia andare a se stesso. Il suo processo di liberazione è un buio illuminato. Dalla morte in poi, cioè dopo il suo primo omicidio, trova se stesso e guarisce dal malessere. Perché di fatto lui non è un malato mentale come lo interpretiamo, lui rappresenta quello che per noi è l’archetipo del male fine a se stesso. Che per questo riteniamo quasi diabolico e divino. Un po’ quello che sta accadendo ai nostri giorni con Igor.

Come ho detto sopra, il noir è il genere letterario più realistico che esiste, perché rappresenta sul serio le pulsioni dell’uomo. E come vediamo, non c’è nemmeno bisogno di deformare la realtà.

Le abitudini dello scrittore: segue orari fissi per scrivere? Ha un luogo preferito? Scrive di getto o prepara prima una scaletta della storia?

Non ho abitudini, non seguo schemi specifici. Ho scritto quasi mille pagine di regole per quello che riguarda la scrittura creativa e la stesura di una trama, personaggi, dialoghi, descrizioni, uso della lingua e punteggiatura. Oramai da sei anni insegno scrittura creativa, cercando di trasmettere il bisogno di conoscere le regole per poi trasgredirle. Arrivando così al proprio personalissimo linguaggio che ogni scrittore deve corteggiare, maturare, affilare e amare come una sposa.

Il resto è caos. Scrivere nel mio studio o in un bar o a casa da mia zia o in un parco pubblico… assorbo il mondo che mi sta intorno e lo ri-metabolizzo per uso e consumo della mia storia. La finzione è una cosa tremendamente seria. Con una parte del cervello il lettore vuole sognare, con l’altra controlla scrupolosamente che il sogno corrisponda a una realtà a cui può credere.

Abbiamo l’obbligo di prenderlo per mano e farlo volare, fargli dimenticare la giornata, trasmettergli emozioni, toccargli l’anima. Abbiamo l’obbligo di corteggiarlo, sedurlo, farlo innamorare, sognare, tremare, trepidare, sconvolgerlo, metterlo in contatto con se stesso e con noi stessi, contaminarlo e contaminarci. Siamo esseri umani, razionali e al tempo stesso vittime delle nostre pulsioni. Dobbiamo amare le nostre fragilità soprattutto quando scopriamo di essere noi stessi i nostri peggiori nemici. Dobbiamo amarci a prescindere. E non dobbiamo dimenticarlo mai.

Infine: puo’ consigliare un libro non suo?

Uno è impossibile. Lolita, di Nabokov. Isole nella corrente di Hemingway. Il peccato della Hart. I miei luoghi oscuri di Ellroy…

Ne seguono altri mille, e poi altri mille e mille e mille… impossibile! Lunga vita ai sognatori!

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