Arcipelago 2025 – Nona edizione | Intervista a Cheng Sanshan
Arcipelago – Nessuno è veramente un’isola è il concorso artistico riservato agli artisti esordienti che, per volere e col sostegno della famiglia Biagi, da sette anni si tiene in Valsamoggia in ricordo di Gustavo Biagi. Il contest ha lo scopo di valorizzare e dare spazio ad artisti emergenti, consentendo di esporre le proprie opere all’interno di una mostra.
La mostra con le opere dei vincitori e delle vincitrici di questa nona edizione è visitabile dal 6 al 21 settembre 2025 alla Rocca dei Bentivoglio.
Scopri il progettoPer conoscere meglio l’arcipelago artistico creato dai vincitori e dalle vincitrici di quest’anno, siamo andati ad esplorare i mondi che compongono questo insieme di isole umane.
Oggi conosciamo Cheng Sanshan, studentessa cinese attualmente iscritta al corso di biennio in Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Vive e studia a Milano.
Essere esordienti significa praticare, con qualunque tecnica e qualunque espressione, la fantasia e l’immaginazione con responsabilità, senza avere come meta o scopo unico e ultimo, il mercato. Esordire deriva dal latino “exordiri”, che in origine significava «cominciare a tessere». Quando hai cominciato, per la prima volta, “a tessere”?
Ho frequentato il corso di laurea in scultura in Cina, all’Accademia di Belle Arti Lu Xun. Per quasi cinque anni ho ricevuto una formazione estremamente tradizionale: dal modellato della testa alla figura a grandezza naturale, passando per la saldatura delle strutture in ferro, il legno legato, l’argilla applicata e poi rimossa. Era una vera e propria scultura, una materia che cresceva dalle mie mani.
Tuttavia, a un certo punto mi sono accorta che non riuscivo più a trovare gioia nel ripetere ogni giorno i gesti necessari per ricercare una corrispondenza perfetta con il modello. Questa ripetizione mi portava dolore e senso di colpa. Da lì è nata in me una domanda insistente: perché devo continuare a fare le stesse cose, ripetere e ripetere? Ha davvero senso inseguire un’identità perfettamente coincidente con il modello?
Credo che proprio in quel momento si sia risvegliata in me una forza interiore: la spinta a esprimere il mio “io”, a creare ciò che volevo lasciare come testimonianza della mia esistenza. Così ho iniziato a imparare il cucito, la stampa, la lettura — e non soltanto nella dimensione letteraria, ma come forma di apertura concettuale capace di dare alle opere uno spazio nuovo.
Qui a Brera sento la necessità di imparare a integrare nelle opere ciò che non è visibile, quei concetti che non hanno forma ma che devono trovare espressione. È difficile, e lo è ancora oggi: non si tratta tanto di cambiare me stessa, quanto di convincere la mia “me” del passato che questo è un cammino accettabile. Dentro di me due parti dibattono senza tregua, in un rumore incessante: sembra che solo demolendo e ricostruendo ogni parte io possa trovare pace.
Le mie opere attuali non hanno ancora uno standard fisso; l’equilibrio è sempre temporaneo. Eppure questo mi incoraggia: nel continuo pensare, distruggere e ricostruire, anche i gesti inconsci diventano parte di un processo unico, personale, di chiarificazione e perfezionamento. Riconosco che la tecnica preceda l’immaginazione, ma non vivo per essere soltanto un’artigiana. Forse il vero “intreccio” è proprio questo: capire perché faccio un’opera, cosa significhi per me. È come se una fiamma fosse nascosta non lontano: non conosco ancora la distanza, ma sento il calore e so che devo camminare verso di essa.
Come ci insegna Arcipelago, nessuno è veramente un’isola. Cosa significa per te questo concetto?
Per me questo concetto significa un lungo e reciproco guardarsi, un’intesa che in certe circostanze non ha bisogno di spiegazioni. È un’idea estremamente sottile.
Un’isola è soltanto un lembo di terra che affiora in superficie, ma in realtà catene montuose sottomarine si estendono a lungo, celate in luoghi invisibili ma reali.
Come quest’estate, quando ho impiegato sette ore per raggiungere la Rosetta, nelle Dolomiti: il pianoro sommitale si è rivelato una distesa di roccia, da cui, negli angoli irregolari, si innalzano imponenti vette di pietra. Il mio compagno mi ha raccontato che, moltissimi anni fa, lì c’era un mare. Questa scoperta mi ha profondamente colpita, riportandomi a riflettere su quel concetto: le nostre percezioni si intrecciano, e anche senza parole o gesti dichiarati esiste qualcosa che ci fa comprendere l’un l’altro — emozioni, desideri…
Ed è proprio grazie a questa risonanza che abita nell’anima che possiamo commuoverci insieme davanti alla musica e all’arte; ed è per questo che, ancora oggi, continuiamo a cantare poesie di mille anni fa. Non siamo mai soli.
Ci racconti una delle tue opere che vedremo in mostra?
La mia opera Fioritura nasce da un tema semplice e costante: all’inizio volevo esplorare soltanto l’armonia tra l’uomo e la natura, ma non riuscivo a trovare un vero equilibrio. Di fronte alla scomparsa e al decadimento della vita, cerchiamo sempre di conservare l’aspetto più luminoso, mentre io ho voluto rivolgere lo sguardo verso le ossature, le foglie cadute, le cose che stanno gradualmente svanendo. Nel buddhismo esiste un concetto chiamato cheng zhu huai kong — nascita, permanenza, deterioramento e vuoto — che descrive il ciclo eterno. Così, dopo il culmine, arriva inevitabilmente la discesa, un’esistenza spirituale senza fine.
Nel momento creativo non me ne accorgo, ma quando osservo l’opera nel suo insieme percepisco un’atmosfera intrisa di emozioni intense. Lo stile ormai si forma quasi da solo: l’opera sembra crescere attraverso le mie mani, ed è da qui che nasce il suo nome. Ho voluto creare una fusione visiva e una sorta di slittamento percettivo, accogliendo anche un po’ di caos. Per questo ho permesso a me stessa di usare i fiori: orbitano attorno a un centro che in realtà non esiste, e muovendosi attorno ad essi la percezione cambia costantemente.
Per la fusione in bronzo ho modellato e scolpito direttamente la cera, senza realizzare copie o stampi; per questo motivo l’opera è più pesante di quanto sembri. I tecnici della Fonderia d’Arte De Andreis di Milano mi avevano avvertita che uno spessore eccessivo della cera avrebbe potuto provocarne la rottura durante la fusione… fortunatamente non è accaduto. Così l’opera esiste, semplicemente, in un angolo del mondo. A volte ho la sensazione che sia come un insetto dotato di vita e magia, che osserva lo spettatore con occhi invisibili.
Ci sono dei contesti sonori che hanno ispirato le tue creazioni?
Il legame musicale nasce dal periodo trascorso a Genova, prima del mio trasferimento a Milano. Quella città mi ha profondamente segnata: il vento del mare, il senso di malinconia e di accoglienza che vi si respira. Spesso andavo all’Asinello Bar, dove ho conosciuto amici che mi hanno insegnato a cantare le canzoni di Fabrizio De André. Proprio durante la creazione di Fioritura ascoltavo La vecchia città. Mi sono quasi innamorata di quella condizione sospesa nella malinconia: mi dona pace, e a volte le emozioni mi aiutano a pensare, a risvegliare l’ispirazione necessaria alla creazione. In seguito mi sono legata anche a Dolcenera, ma sempre nelle versioni più antiche.

