Arcipelago – Nessuno è veramente un’isola è il concorso artistico riservato agli artisti esordienti che, per volere e col sostegno della famiglia Biagi, da sette anni si tiene in Valsamoggia in ricordo di Gustavo Biagi. Il contest ha lo scopo di valorizzare e dare spazio ad artisti emergenti, consentendo di esporre le proprie opere all’interno di una mostra.

La mostra con le opere dei vincitori e delle vincitrici di questa nona edizione è visitabile dal 6 al 21 settembre 2025 alla Rocca dei Bentivoglio.

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Per conoscere meglio l’arcipelago artistico creato dai vincitori e dalle vincitrici di quest’anno, siamo andati ad esplorare i mondi che compongono questo insieme di isole umane.

Oggi conosciamo Cristina Barbieri,artista poliedrica originaria di Reggio Emilia, ha intrapreso un percorso artistico che fonde la maestria artigianale con una profonda indagine sulla biodiversità.

 


 

Essere esordienti significa praticare, con qualunque tecnica e qualunque espressione, la fantasia e l’immaginazione con responsabilità, senza avere come meta o scopo unico e ultimo, il mercato. Esordire deriva dal latino “exordiri”, che in origine significava «cominciare a tessere». Quando hai cominciato, per la prima volta, “a tessere”?

Ho cominciato a “tessere” per la prima volta quando ho capito che la mia conoscenza della micologia e la mia passione per l’arte non dovevano rimanere due fili separati. La mia formazione scientifica e da orefice, mi ha insegnato a osservare con precisione, a cogliere le infinite trame della vita che si nascondono sotto i nostri occhi. Questo è stato il primo filo che ho cominciato a tessere, quello della conoscenza e dell’osservazione profonda.

Il secondo filo è stato quello dell’immaginazione e dell’espressione artistica. Per me, “tessere” è stato prendere quei fili invisibili, quelle reti e quelle forme che vedevo e studiavo, e renderle visibili, tangibili. Ho iniziato a tessere non su una tela, ma con materiali organici, usando la bellezza stessa della natura come mio mezzo e la sua struttura come mia ispirazione.

In un’epoca in cui siamo abituati a “tessere” connessioni digitali e a costruire reti virtuali, la mia pratica artistica è una riflessione su un tipo di rete diverso: una rete organica e vitale. Mentre la tecnologia ci offre una connessione rapida e su vasta scala, il mio lavoro ci invita a riscoprire la lentezza e la profondità delle connessioni che avvengono nel mondo naturale. È un promemoria del fatto che le reti più resilienti e significative sono spesso quelle invisibili e interconnesse, che si tratti delle radici di un albero o dei legami che formiamo nella nostra vita. La mia prima vera “tessitura” è stata quindi la fusione di questi due mondi: l’atto di usare la rigorosa osservazione scientifica per creare qualcosa di profondamente emotivo e visivo. È stato in quel momento che ho capito che non stavo solo creando arte, ma stavo raccontando una storia, quella della vita nascosta e interconnessa che spesso ignoriamo.

 

Come ci insegna Arcipelago, nessuno è veramente un’isola. Cosa significa per te questo concetto?

Il concetto di “non essere un’isola” non è per me una semplice metafora, ma la più fondamentale delle verità biologiche e creative. L’ho appresa dall’osservazione diretta della natura, e in particolare dal mondo dei funghi. La micologia mi ha insegnato che la vita, così come la conosciamo, non è il risultato di un’evoluzione solitaria, ma di un’incessante e sorprendente cooperazione. Pensiamo alla nostra stessa esistenza: non saremmo qui senza la lunga storia di simbiosi tra organismi diversi. I licheni, ad esempio, sono la dimostrazione vivente di come un’alga e un fungo possano unirsi per prosperare in ambienti inospitali, creando qualcosa di totalmente nuovo e più resiliente. La vita è un’alleanza. Per me, questo si traduce direttamente nella mia arte.

Le mie opere non sono il risultato di un gesto isolato, ma di una profonda simbiosi con i materiali stessi che utilizzo. Lavorando con funghi e biomasse, non mi limito a modellarli, ma entro in dialogo con la loro storia, il loro processo di decomposizione e la loro capacità di dare vita a qualcosa di nuovo. La mia mano e l’organismo naturale diventano partner in un atto creativo che onora il ciclo vitale. Nel mio lavoro, l’opera d’arte non è una creazione individuale, ma l’incarnazione di una profonda interconnessione. Non sono un’artista-isola, ma un punto in una rete più grande, che condivide un frammento di un’esistenza interconnessa. Il mio lavoro è la prova tangibile che la nostra creatività più autentica non nasce dal nulla, ma è il risultato della profonda simbiosi che abbiamo con il mondo che ci circonda.

 

Ci racconti una delle tue opere che vedremo in mostra?

L’opera di cui narro è “Puy is Happy” l’installazione in tessuto. E’ nata da un desiderio di rivelare ciò che è nascosto. Volevo creare un’opera che non fosse semplicemente un oggetto da ammirare, ma un portale, un sottile velo tra il nostro mondo e quello invisibile che brulica sotto i nostri piedi. Ho cominciato a manipolare un frammento di lino, trattandolo con una cura quasi cerimoniale, per conferirgli una tattilità intrinseca.

Ho lasciato che il tempo e il processo naturale facessero la loro parte, osservando come la materia organica – il micelio, i batteri – lasciasse le sue impronte vitali sul tessuto. Le sfumature che si sono manifestate non sono state create da me con pigmenti artificiali, ma sono il risultato di un vero e proprio dialogo tra tre regni: il mondo vegetale del lino, il mondo fungino del micelio che si è insediato, e il mondo umano, rappresentato dal mio gesto artistico. Questa co-creazione è una conversazione silenziosa che ho avuto con la natura. Ed è stato in questo dialogo che è emerso un volto inatteso.

Un’effige serena, non umana, che ho percepito come lo spirito elementale della Terra stessa. Non ho disegnato quel volto, l’ho semplicemente rivelato, perché era già lì, come se la natura volesse comunicare, volesse sussurrare segreti all’umanità attraverso il tessuto. L’ho impreziosito con sfilacciature manuali e piccoli ornamenti in ottone, per enfatizzare la sua organicità e la sua intrinseca fragilità.

l titolo, “Puy is Happy”, e i fili che pendono dal bordo non sono casuali. “Puy” è il nome di un rilievo vulcanico, e ho voluto che quei fili richiamassero le nervature della sua superficie. L’opera suggerisce un parallelismo tra la forza vitale primordiale che anima la terra – manifestata nel volto – e il Regno del micelio. Entrambi sono espressioni di una stessa forza. In definitiva, l’opera è un invito a riscoprire una connessione sensoriale con la natura, a percepire quel sussurro primordiale e a riconoscere la profonda felicità che si cela nella materia viva, frutto della nostra collaborazione con essa.

 

Ci sono dei contesti sonori che hanno ispirato le tue creazioni?

Non mi affido mai a un unico sottofondo musicale, perché il mio processo creativo è un dialogo in continuo movimento. Le mie sonorità spaziano, e questo mi permette di trovare la giusta risonanza per ogni fase del lavoro, dalla pura osservazione alla manipolazione della materia. La musica che mi accompagna si muove principalmente tra sonorità acustiche e brani per pianoforte.

Tra gli artisti che ascolto di più c’è Tori Amos, la cui musica carica di una forza viscerale e complessa mi aiuta a connettermi con l’aspetto più spirituale del mio lavoro, quello che si lega all’idea di un elementale della terra. Allo stesso modo, sono profondamente legato al lavoro di Trent Reznor ed i Nine Inch Nails, in particolare ai suoi progetti solo pianoforte, che pur provenendo da un artista noto per sonorità industriali, rivelano una bellezza vulnerabile e una struttura intima che risuona con il mio processo: trovare l’emozione e l’essenza della vita nel caos e nella decomposizione della materia organica.

A fare da contrappunto a queste esplorazioni, c’è sempre la musica di Nick Drake, il cui album “Pink Moon”, con le sue melodie essenziali e quasi sussurrate, mi riporta alla quiete del bosco e a quella profonda sensazione di solitudine e connessione che si prova stando tra gli alberi, ricordandomi che le rivelazioni più potenti sono spesso le più sottili.