Arcipelago – Nessuno è veramente un’isola è il concorso artistico riservato agli artisti esordienti che, per volere e col sostegno della famiglia Biagi, da sette anni si tiene in Valsamoggia in ricordo di Gustavo Biagi. Il contest ha lo scopo di valorizzare e dare spazio ad artisti emergenti, consentendo di esporre le proprie opere all’interno di una mostra.

La mostra con le opere dei vincitori e delle vincitrici di questa nona edizione è visitabile dal 6 al 21 settembre 2025 alla Rocca dei Bentivoglio.

Scopri il progetto

Per conoscere meglio l’arcipelago artistico creato dai vincitori e dalle vincitrici di quest’anno, siamo andati ad esplorare i mondi che compongono questo insieme di isole umane.

Oggi conosciamo Federica Lancellotti la cui ricerca artistica si sviluppa attorno a un nucleo tematico profondo e multiforme: l’acqua come flusso esistenziale e trascendente, la morte intesa come assenza legata alla memoria e alla conservazione, e il “varco” come una soglia destabilizzante che segna il confine verso l’ignoto. Attraverso un linguaggio non convenzionale, riesce a dare forma a inquietudini universali evocando la presenza di ciò che è destinato a dissolversi, traducendo l’invisibile in un’esperienza sensibile e surreale.

 


 

Essere esordienti significa praticare, con qualunque tecnica e qualunque espressione, la fantasia e l’immaginazione con responsabilità, senza avere come meta o scopo unico e ultimo, il mercato. Esordire deriva dal latino “exordiri”, che in origine significava «cominciare a tessere». Quando hai cominciato, per la prima volta, “a tessere”?

Credo di aver iniziato a tessere senza accorgermene. È stata una professoressa di Arte a disporre il mio primo filo, lei seppe riconoscere in me un talento e una sensibilità che io ignoravo. Allora, vivevo la scuola come un dovere, non come un’occasione di scoperta ma la dedizione che lei aveva per l’insegnamento e per l’arte mi contagiò profondamente, accendendo in me il desiderio di voler continuare su questa strada fino a portarmi oggi alla mia seconda laurea all’Accademia di Belle Arti e alle mie prime mostre.

Grazie a lei ho iniziato a credere che potevo essere speciale in qualcosa, da sola non avrei avuto la coscienza di percorrere questa strada che ora sento con forza come la più autentica e naturale per me. Per me esordire significa anche questo, riconoscere che a volte il primo filo non lo metti tu, ma è qualcuno che ti aiuta a cominciare a tessere.

 

Come ci insegna Arcipelago, nessuno è veramente un’isola. Cosa significa per te questo concetto?

Per me significa che l’incontro con l’altro è una condizione necessaria, soprattutto nel mondo dell’arte. Collaborare con amici e giovani artisti è sempre un arricchimento in cui ciascuno porta la propria visione e competenza, così si genera qualcosa che difficilmente potrebbe nascere isolandosi. Al di sotto delle nostre individualità esistono legami profondi, spesso non visibili, che ci plasmano e sostengono portandoci a definire chi siamo. In una società che spesso spinge a distinguersi come individui, penso sia importante ricordare il valore del confronto con l’altro perché apre a più possibilità espressive ed esperienze. Per questo mi piace aprirmi a collaborazioni anche con persone lontane dal mio ambito: ogni incontro diventa un’occasione di crescita, un modo per ampliare lo sguardo e spingersi oltre ciò che già si conosce.

 

Ci racconti una delle tue opere che vedremo in mostra?

Di una serie intitolata “The Black Hole Era” vi presenterò due lavori, Orizzonte degli eventi e Punto di singolarità. Il focus di questo progetto, che vedrete in mostra, nasce da una riflessione su un futuro estremamente lontano la cosiddetta Era dei Buchi Neri, un tempo in cui il buio governerà l’universo popolato unicamente da buchi neri e nessun pianeta, nessuna stella, nessun residuo stellare a cui la vita possa aggrapparsi esisterà ancora.

Ho scelto di lavorare sui buchi neri perché li considero la metafora fisica più vicina al concetto di morte che da sempre mi affascina per la sua indefinitezza. Essendo fenomeni oscuri che inghiottono tutto, persino la luce, non possiamo sapere cosa accade a ciò che viene assorbito. Nei miei lavori cerco di andare oltre il confine del conosciuto, esplorando il punto più inaccessibile, con la speranza che questa indagine possa offrire nuove prospettive su un quesito esistenziale che da sempre ci interroga.

 

Ci sono dei contesti sonori che hanno ispirato le tue creazioni?

In relazione al progetto “The Black Hole Era” ho esplorato anche la dimensione sonora di questi fenomeni. La NASA ha infatti prodotto delle sonificazioni che traducono i dati astronomici in suoni udibili, permettendo di “ascoltare” i fenomeni cosmici. Quando li ascoltai ne rimasi impressionata e così ho scelto di rielaborarli, creando una base musicale che potesse accompagnare le opere della serie. Credo che la componente musicale, in un contesto espositivo possa amplificare l’esperienza immersiva per il visitatore.
Delle musiche invece più contemporanee che ho usato come sottofondo musicale mentre lavoravo in camera oscura sono state la colonna sonora del film di Interstellar del compositore Hans Zimmer, in particolare il capolavoro “Cornfield Chase” e “Day One”.