Arcipelago – Nessuno è veramente un’isola è il concorso artistico riservato agli artisti esordienti che, per volere e col sostegno della famiglia Biagi, da sette anni si tiene in Valsamoggia in ricordo di Gustavo Biagi. Il contest ha lo scopo di valorizzare e dare spazio ad artisti emergenti, consentendo di esporre le proprie opere all’interno di una mostra.

La mostra con le opere dei vincitori e delle vincitrici di questa nona edizione è visitabile dal 6 al 21 settembre 2025 alla Rocca dei Bentivoglio.

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Per conoscere meglio l’arcipelago artistico creato dai vincitori e dalle vincitrici di quest’anno, siamo andati ad esplorare i mondi che compongono questo insieme di isole umane.

Oggi conosciamo Rovers Malaj. I suoi dipinti enfatizzano il contrasto cromatico e la definizione erosa, presentando visioni “iporealistiche” che confondono il confine tra passato e futuri speculativi. Le sue opere esplorano la memoria, il fallimento e l’estetica sorpassata dell’innovazione, confrontandosi con le dimensioni assurde e malinconiche dell’obsolescenza tecnologica.

 


 

Essere esordienti significa praticare, con qualunque tecnica e qualunque espressione, la fantasia e l’immaginazione con responsabilità, senza avere come meta o scopo unico e ultimo, il mercato. Esordire deriva dal latino “exordiri”, che in origine significava «cominciare a tessere». Quando hai cominciato, per la prima volta, “a tessere”?

Non saprei identificare un momento preciso. Ho iniziato a disegnare con costanza in quarta elementare in seguito al mio trasferimento in Italia dall’Albania. Ho studiato al Liceo Artistico di Belluno e poi ho proseguito all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Penso che è proprio a Venezia che, grazie al confronto con gli altri, ho capito la vera importanza di questa scelta e ho iniziato a lavorare con responsabilità.

 

Come ci insegna Arcipelago, nessuno è veramente un’isola. Cosa significa per te questo concetto?

Trovo molto interessante il discorso che fa Brian Eno, musicista e produttore. Ha inventato il termine “scenius” calcando su genius. Descrive lo scenius come simile al genio, ma incorporato in una scena piuttosto che nei singoli individui. Secondo me l’innovazione e le scoperte sono portate avanti da questi ecosistemi culturali un po’ come avviene anche con le comunità scientifiche. Ho la fortuna di aver visto nella pratica questo concetto con la “scenius“  Veneziana, in particolar modo con l’Atelier F e zolforosso.

Ci racconti una delle tue opere che vedremo in mostra?

I miei quadri in genere sono una conseguenza di quelli fatti in precedenza. Attraverso ricerche raccolgo foto e costruisco un archivio. Spesso le immagini che uso trattano invenzioni strane e obsolete che a volte hanno avuto un reale utilità e altre volte no. Nel caso del quadro The whole nine yards si tratta di biciclette a più posti strutturate in verticale. Ho lavorato sulla composizione dell’immagine mettendo in scena, a mio avviso, una strampalata competizione, come può esserlo un competizione artistica.

 

Ci sono dei contesti sonori che hanno ispirato le tue creazioni?

Spesso ho ascoltato la canzone La Bicyclette di Yves Montand , una canzone che evoca varie esperienze ed emozioni collegate alla bicicletta che la fa diventare più che un semplice oggetto. La canzone mi piace a priori e accostata ai quadri in cui tratto il soggetto diventa molto divertente.
Tra i vari cantautori Italiani ascolto spesso Paolo Conte. Le sue canzoni spesso sono leggere e giocose e allo stesso tempo possono essere profonde e serie. Questo tipo di situazione spero la si possa trovare anche nei miei quadri. Mi piace molto la canzone Wanda, stai seria con la faccia ma però.