Arcipelago – Nessuno è veramente un’isola è il concorso artistico riservato agli artisti esordienti che, per volere e col sostegno della famiglia Biagi, da sette anni si tiene in Valsamoggia in ricordo di Gustavo Biagi. Il contest ha lo scopo di valorizzare e dare spazio ad artisti emergenti, consentendo di esporre le proprie opere all’interno di una mostra.

La mostra con le opere dei vincitori e delle vincitrici di questa nona edizione è visitabile dal 6 al 21 settembre 2025 alla Rocca dei Bentivoglio.

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Per conoscere meglio l’arcipelago artistico creato dai vincitori e dalle vincitrici di quest’anno, siamo andati ad esplorare i mondi che compongono questo insieme di isole umane.

Oggi conosciamo Veronica Di Michele, la cui ricerca si concentra principalmente sulla scultura, con un’attenzione costante alla sperimentazione di materiali e tecniche. Lavora con elementi eterogenei come neon, vetro, argento, gesso, cartone e materiali di recupero. Le opere nascono da una tensione verso la forma essenziale, dove eleganza e sottrazione si incontrano. Il corpo è un elemento centrale, vissuto come presenza intima, soglia sensibile e luogo in cui affiorano memorie, percezioni e trasformazioni interiori.

 


 

Essere esordienti significa praticare, con qualunque tecnica e qualunque espressione, la fantasia e l’immaginazione con responsabilità, senza avere come meta o scopo unico e ultimo, il mercato. Esordire deriva dal latino “exordiri”, che in origine significava «cominciare a tessere». Quando hai cominciato, per la prima volta, “a tessere”?

Ho iniziato a tessere molto presto, quando da bambina passavo le giornate a disegnare e creare piccoli oggetti. Avevo cinque anni quando un mio vecchio prozio corniciaio volle incorniciare un mio acquerello: lo trovava bellissimo, e io lo conservo ancora come un ricordo prezioso.

La prima volta in cui ho sentito davvero il filo tra le dita è stato nel 2023, con Delizia vitrea, raccogliendo vetri levigati sulla spiaggia della mia città di mare. Mi ha colpito il modo in cui quei frammenti, apparentemente senza vita, potessero rinascere in una nuova forma attraverso il gesto creativo. Da lì non ho più smesso: ogni gesto è diventato un nodo, ogni intuizione una trama, come se stessi lentamente costruendo un tessuto che racconta parti di me. Non sapevo dove mi avrebbe portato, ma sapevo che stavo iniziando qualcosa di mio, un percorso che intreccia memoria e materia, radici e sperimentazione. Oggi per me tessere significa dare continuità a quel filo che da bambina avevo già iniziato a seguire, trasformandolo in un linguaggio che cresce insieme a me.

 

Come ci insegna Arcipelago, nessuno è veramente un’isola. Cosa significa per te questo concetto?

Per me la crescita, anche artistica, nasce dal confronto e dallo scambio con gli altri. In questi anni ho incontrato persone con cui condividere idee e visioni, e ogni dialogo ha lasciato un segno nel mio modo di creare. Allo stesso tempo, sono una persona riservata e ho bisogno di momenti di silenzio per dare forma alle mie idee. Proprio per questo riconosco il valore del rapporto con chi vive un percorso simile: come in un arcipelago, ogni isola mantiene la propria unicità ma fa parte di un insieme più grande. Sapere che ci sono altre “isole” vicine, con cui condividere esperienze e difficoltà, diventa un sostegno silenzioso ma potente. Ci si incoraggia, ci si ispira a vicenda, e anche nei momenti più isolati si percepisce quella corrente invisibile che ci unisce e ci fa crescere.

 

Ci racconti una delle tue opere che vedremo in mostra?

All’altezza del battito nasce dall’influenza della mia infanzia, trascorsa tra motori e componenti meccaniche delle Fiat 500 d’epoca. Mio padre assemblea e crea motori e sin da piccola mi ha trasmesso questa passione. Aiutarlo mi ha sempre affascinata: il modo in cui riusciva a “far vivere” i pezzi di metallo era per me quasi magico.

Il pezzo più complesso e fondamentale di un motore è il carburatore e mi è venuto naturale paragonarlo al cuore umano: pieno di valvole, meccanismi interni e liquidi vitali. Lavorare su quest’opera mi ha permesso di scoprire dettagli che nemmeno immaginavo esistessero in un motore, e le difficoltà di ricreare fedelmente il pezzo in gesso sono state tante: ne ho rotti parecchi. Per me c’è un legame forte con questo oggetto: molti non lo conoscono, eppure per me è parte della vita quotidiana. Ogni riparazione era paragonabile a un’operazione chirurgica, e ogni riuscita una piccola vittoria. Ricordo ancora quando, da piccola, non riuscivo a pronunciare la parola “carburatore” e per semplicità lo chiamavo “carboidrato”.

La scelta di installarlo a muro, all’altezza del mio cuore, nasce dal desiderio di sentirne una vicinanza simbolica e di creare un’analogia visiva immediata: come un cuore meccanico, pulsante e fragile al tempo stesso, che racchiude ricordi, emozioni e la mia storia personale.

 

Ci sono dei contesti sonori che hanno ispirato le tue creazioni?

Nella mia produzione artistica, la musica è sempre presente e scandisce il ritmo del mio lavoro. Amo i generi da ballo, come salsa e bachata, che con i loro ritmi precisi mi aiutano a entrare nel flusso creativo: tra i brani che ascolto più spesso ci sono “Ahora Quién” di Marc Anthony, immancabile nella mia playlist, e un cha cha cha che adoro, “Corazón Espinado” di Santana. Ogni tanto aggiungo jazz o Dean Martin, per variare il ritmo e trovare nuove ispirazioni.

Ci sono anche momenti di silenzio, seppur rari, perché la musica mi accompagna quasi sempre. A volte scelgo brani più tranquilli, ambient o classici, per concentrarmi su dettagli più delicati o semplicemente riflettere. La musica diventa così una sorta di battito invisibile che segue le mani e la materia delle mie opere, sostenendole, ispirandole e rendendole vive e vibranti.